Il punto di partenza della chiacchierata che abbiamo fatto con Daniele Testi, presidente di SOS LOGistica e CEO di Piano 23, è l’anniversario che quest’anno l’associazione celebra: vent’anni dalla fondazione. Nata con l’obiettivo di creare cultura e fondare un ecosistema virtuoso nel mondo della logistica italiana, SOS LOGistica da sempre si rivolge alle aziende disposte a cambiare il loro approccio innanzitutto culturale. Con Daniele Testi abbiamo anche affrontato alcuni dei temi più caldi della logistica attuale, dalla questione etica al peso dell’innovazione tecnologica.

I 20 anni di SOS LOGistica

Partiamo dal 20° anniversario di SOS LOGistica: quali considerazioni si possono fare?

«Vent’anni possono sembrare tantissimi, e lo sono se si parla dell’evoluzione che ha attraversato temi come logistica e sostenibilità. Quello che tocchiamo quest’anno è un risultato importante, che si innesta nel contesto odierno dove, diversamente dal 2005, di sostenibilità per fortuna si parla molto. D’altra parte, c’è anche un gran rumore di fondo che richiede attenzione. Ancora oggi il nostro slogan, che è quello di raccogliere e disseminare buone pratiche nel settore, è assolutamente valido: vogliamo approcciare e convincere nuove e vecchie generazioni di manager ad affrontare i processi di logistica in modo diverso».

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Daniele Testi, presidente di SOS LOGistica

Perché la mission di un’associazione come SOS LOGistica è attuale ancora oggi?

«Come mi piace dire, un’associazione come la nostra paradossalmente non avrebbe nemmeno più senso di esistere, perché dovremmo dare per scontato che per fare business, soprattutto per servizi come quelli logistici, si debba avere un’interpretazione sostenibile, intesa dal punto di vista ambientale, economico e anche sociale. In realtà, proprio dopo vent’anni mi viene da dire che il ruolo di un’associazione come la nostra è ancora più importante, specialmente in un contesto socio-politico-geografico come quello che stiamo vivendo».

Cosa vi rimane da fare, quindi, come associazione?

«Alla base della trasformazione sostenibile dei processi di un’impresa, in qualunque settore, ci deve essere il cambio di cultura. Noi pensiamo che solo lavorando insieme e cooperando possiamo realmente trasformare questo cambiamento in una grande opportunità per creare valore nel lungo periodo. C’è ancora tanto lavoro da fare».

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Il logo celebrativo dei 20 anni dell’associazione

La sostenibilità ambientale e un dibattito spesso inquinato

Quanto è sensibile il mondo della logistica italiana nei confronti di un tema tanto dibattuto come la sostenibilità ambientale?

«Per sua stessa natura, la logistica ha sempre avuto una spinta forte all’efficienza dei suoi processi. Se guardiamo la parte di impatto ambientale dal punto di vista delle emissioni, io credo che tutte le aziende si siano più o meno attivate, partendo dalla questione forse più semplice, quella relativa al consumo e della produzione di energia elettrica, o alla riduzione delle emissioni di CO2. Se, invece, guardiamo l’impatto ambientale in termini di costi di esternalità, che coinvolgono anche altre tematiche, dal rumore all’incidentalità; dal traffico al consumo di suolo o di materia prima, fino al tema degli inquinanti, diversi dalle emissioni di CO2, c’è ancora tanto da fare, anche col supporto della tecnologia. C’è poi un’altra questione».

Quale?

«Sono ancora poche le aziende in grado di rendicontare per darsi degli obiettivi di miglioramento. Essendo il settore logistico compressa tra la committenza che chiede un servizio di qualità sempre maggiore pretendendo al tempo stesso che le tariffe diminuiscano, ecco che concentrarsi prevalentemente sui costi non può essere la sola strategia. Mi spiego meglio: gli elementi di cui abbiamo appena parlato non possono essere misurati nel bilancio civilistico, ma possono fare la differenza nel bilancio di sostenibilità. Insomma, abbiamo bisogno di rendicontare in un certo modo le performance di impatto ambientale perché ad esse sono legati non solo i rischi, ma anche le opportunità per lo sviluppo del business. Bisogna cambiare il paradigma per prendere in considerazione elementi nuovi, che una volta semplicemente non c’erano».

L’impatto positivo della tecnologia

Quanto può contribuire la tecnologia per arrivare ad avere una maggiore efficienza concreta, misurabile e rendicontabile?

«È fondamentale. La tecnologia, e mi riferisco soprattutto a intelligenza artificiale e all’Internet delle cose (IoT), ci permetterà di avere sempre più dati a disposizione, da utilizzare per monitorare impatti e opportunità. Che si tratti di hardware o di innovazione dei processi, la tecnologia consente di sviluppare una serie di meccanismi che generano valore sostenibile. Voglio solo ricordare che quando come Sos Logistica  abbiamo stabilito, nel 2017, il nostro protocollo per la logistica sostenibile, insieme ai tre assi canonici, cioè ambiente, governance e sociale, quelli che sono i cosiddetti ambiti ESG, fin dall’inizio inserimmo un quarto ambito che era quello di innovazione e sviluppo sistemico, quindi la tecnologia come abilitatore di sviluppo sostenibile. Il problema del settore è che, a mio parere, salvo le grandi o grandissime aziende che hanno strumenti e competenze interne per investire in innovazione, per le piccole aziende questo processo è più complicato. E sappiamo che in Italia ci sono tante imprese molto piccole, che spesso non hanno la forza di innovare da un punto di vista tecnologico».

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La questione etica, assolutamente attuale

Negli ultimi mesi diverse inchieste giudiziarie hanno coinvolto importanti realtà della logistica, spesso per questioni legate alla gestione della manodopera e del personale. C’è un problema etico e sociale da affrontare?

«Il tema è molto complesso. Già parecchi anni fa identificammo sotto il nome di efficienza viziosa l’abitudine di spostare l’inefficienza sull’anello più debole della catena. Innanzitutto, il lavoro dei manager delle aziende di logistica è misurato quasi esclusivamente sull’efficienza: se quello è il parametro principale, se non l’unico, si arriverà a cercare il risultato prendendosi dei rischi che abbiano effetti sugli anelli più deboli».

E le leggi?

«Dal punto di vista strettamente normativo, gli strumenti per contrastare questi fenomeni ci sono tutti. Anzi, il modello attuale tendenzialmente dà valore al ricorso all’outsourcing, affidato a soggetti che teoricamente dovrebbero essere più competenti perché più specializzati, e quindi più efficienti. Ma se il principio è quello del risparmio a ogni costo, allora non è più un problema di sostenibilità, ma di etica e di modello di business. E non c’è accordo che possa essere messo in piedi, perché si troverebbe comunque il modo per aggirare le regole».

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