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Non hanno vinto quanto il russo Tchaguine (sette successi) o il ceco Loprais (sei), ma il nome De Rooy è e resterà impresso a caratteri indelebili nella storia della Dakar. Come appunto quelli citati, protagonisti plurivittoriosi tra i camion, così come i vari Neveu, Orioli, Peterhansel, Meoni. Una dinastia, quella della famiglia olandese, legata a doppio filo con la storia del rally raid più affascinante e discusso, più difficile e per questo prestigioso.

È il filo di una trama che abbraccia di fatto gli ormai quasi quarant’anni di vita della corsa nata nel 1979 da una geniale intuizione di Thierry Sabine. Dalle prime avventurose (e drammatiche) edizioni, quelle cioè degli impareggiabili quanto complicati scenari africani che hanno avuto nel deserto del Ténéré il simbolo e l’icona di un fascino unico che ha saputo attrarre per decenni piloti sconosciuti e campioni affermati, fino alla nuova era succeduta alla prima nel 2009. Quando lo spettro del terrorismo marcato Al-Qaeda consigliò agli organizzatori di trasferire la corsa in Sudamerica.

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All’inizio era Jan. Olandese di Eindhoven, classe 1943, titolare di un’importante azienda di trasporti con una flotta di oltre 200 camion. Le prime esperienze con le moto da enduro, poi il passaggio alle quattro ruote nel rallycross con una Daf Variomatic quindi, nel 1982, l’irresistibile richiamo dell’Africa.

La prima Dakar non fu un vero successo: 67mo. L’anno seguente, va solo un pochino meglio: 34mo. Niente di esaltante, ma l’idea c’è, al pari della convinzione di poter un giorno salire sul gradino più alto del podio sulle sponde del Lago Rosa, nella capitale del Senegal, ultimo traguardo della Dajar.

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